САНКТ ПЕТЕРБУРГ - Die Wiederentdeckung der Bernsteinstrasse

САНКТ ПЕТЕРБУРГ

Sono semplicemente partito, come ogni giorno negli ultimi mesi. Ho allacciato le scarpe, indossato la giacca a vento, messo lo zaino sulle spalle. Le macchine fotografiche sono al loro posto e mi accingo ad una nuova tappa. Ovviamente so di che si tratta. Ma non riesco a crederci e ad ammetterlo e allora procedo di buon umore a lunghi passi. E‘ diventato freddo oggi, come se l‘autunno fosse arrivato in un giorno. Un piovasco leggero. Nel frattempo, a tratti, splende il sole anche se non aiuta ad aumentare la temperatura. Cerco di tenere a bada l‘inquietudine che mi assale continuamente in questi ultimi giorni. Cerco di osservare la campagna, le ultime dacie prima della città, le nuvole pesanti che penzolano poco sopra la mia testa. Scatto delle fotografie che non hanno veramente senso. Cambio i rullini anche se poi non ricordo più a quale macchina li ho cambiati. La stringa della scarpa sinistra continua a slacciarsi, come se non avessi imparato, nell‘anno appena trascorso, ad allacciarmi bene le scarpe. E quindi devo continuamente chinarmi, con lo zaino che mi cade sopra la testa e tenta di trascinarmi a terra. Ma mi rimetto sempre in piedi, scarpe allacciate e volto in fiamme, e riprendo nuovamente la mia opera fatta di passi.

Storni, cornacchie.

Il traffico aumenta.
Camion e autobus spericolati mi superano lungo la A 11, si intercalano ad una colorata mistura di Lada da rottamare, di auto giapponesi senza nome, di Wolga e macchine tedesche di gran lusso che aumentano di numero più mi avvicino alla città. In mezzo ai campi intravedo i primi complessi di condomini verso i quali si dirigono le strade poltigliose.
Le corsie d‘emergenza si assottigliano, mi inzuppo nei prati accanto alla strada per   ridurre al minimo il pericolo e i gas di scarico. Mi fermo, prendo fiato. Mi compro uno yogurt, dell‘acqua. Faccio una pausa, mi siedo davanti al negozio. Riposo. Per cosa? Per un paio di chilometri? Gambe stanche dopo due ore? Fame? Ridicolo. Poi capisco e so che devo andare avanti, ora non c‘è più ritorno, nessuna esitazione. Allaccio per la settima volta le stringhe.
Mi alzo, semplicemente. E semplicemente riparto, lungo la strada, semplicemente faccio quello che ho fatto negli ultimi nove mesi.
Poi improvvisamente lo vedo. E‘ sul ciglio della strada, a destra ovviamente, lo so. Non posso ancora decifrarlo, sono ancora troppo distante ma lo so, adesso arriva. Rallento, smetto di camminare, inciampo, vado avanti, non mi azzardo a rendere leggibili le lettere. Ma allora che fare contro l‘inarrestabilità delle cose? Procedo piano piano, mi guardo intorno, mi volto, non guardare indietro!, continuo e, quando riesco quasi a decifrare le lettere del cartello stradale, gli occhi mi si riempiono di lacrime sfocando tutto.
San Pietroburgo. San Pietroburgo. San Pietroburgo.
 
 
Arrivo nel luogo dei miei sogni. Arrivo all‘obiettivo dell‘ultimo anno. Arrivo alla fine del mio viaggio. Arrivo dopo 280 giorni di cammino. Arrivo in un luogo che non c‘è. Dodici nazioni attraversate, quattromila chilometri percorsi e improvvisamente si è qui. Andare oltre un cartello nella città, e non riuscire assolutamente a comprendere che cosa significhi. 
Ovviamente ogni meta è anche una morte. Una volta arrivati, il viaggio è finito.
E ogni meta è importante come il percorso che ci fa arrivare. In verità è il cammino che descrive il valore intrinseco del nostro obiettivo.
In questo arrivo c‘è tutto il mio viaggio. 
Appoggio lo zaino, mi siedo sulla pietra miliare inclinata vicino al cartello, e guardo nel vuoto. Sono davvero arrivato a San Pietroburgo, sano e salvo. Il sole sbuca fuori, riversa la sua luce baltica sulla strada, sul bosco e sulle case e io rimango seduto ancora a lungo ai margini della gigantesca metropoli, guardando le auto e gli storni, che gracchiando in stormo si dirigono alla conquista della città.

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